Valorizzazioni dei beni culturali citta di Solofra- ITT "Guido Dorso" Avellino

OPERE DEL TRANSETTO

Opere del transetto

Partendo dal Cappellone del SS. Sacramento, negli ultimi tempi è stato definito un angolo dedicato al pittore Francesco Guarini con tre suoi dipinti. Sulla parete corta del transetto si trova una prima cappella che contiene uno dei quadri più celebri di Francesco Guarini, ossia la Sine Macula, realizzata per la Congregazione dell’Immacolata che ha sede nella stessa collegiata.

La Sine Macula

La Sine Macula è una delle opere più celebri del pittore solofrano Francesco Guarini. Gli ultimi studi hanno consentito di collocare l’opera intorno al 1643 e non al 1637, come si è pensato in precedenza. Il titolo dell’Immacolata deriva dalla inusuale scritta che campeggia nel registro superiore, del tutto inusuale per l’epoca in quanto il dogma verrà riconosciuto solo nel 1854 con la Bolla Ineffabilis Deus. In precedenza per lunghi secoli i teologi cristiani si erano divisi in fronti contrapposti fra Immacolatisti, soprattutto Francescani, che riconoscevano alla Vergine il dono dell’essere nata senza peccato originale e i contrari, i Domenicani, che le imputavano il suo essere umano e la cancellazione della prima colpa solo dopo la nascita. Il Concilio di Trento pur non prendendo una aperta posizione espresse un chiaro orientamento, anche se prudente della Chiesa, verso la posizione Immacolatista. In questo contesto a partire dalla seconda metà del Cinquecento soprattutto nelle chiese francescane e carmelitane fiorirono dipinti con la raffigurazione della Immacolata. Francesco Guarini interpreta in forma moderna il modello tardo manierista, coniugando i simboli della litania dell’Immacolata con una resa più realistica ed efficace, inserendo in alto la clamorosa novità del cartiglio retto da due puttini con la scritta “SINE MACULA”. Non si tratta di una scritta con la sola funzione di identificazione del soggetto, quanto di una vera e propria proclamazione della Madonna senza peccato, una scelta di campo netta e precisa all’interno del dibattito teologico. La scritta è evocativa del primo passo della litania lauretana che si apre con il celebre passo del Cantico dei Cantici (IV,7): Tota pulcra es, amica mea, et macula non est in te. Ai lati in alto sono disposti in un effetto di ombra due dei simboli dell’immacolata, ossia Scala mistica a sinistra, e Ianua Coeli a destra. I puttini che reggono il cartiglio a sinistra impugnano anche altri due simboli mariani, ossia Rosa mistica e Giglio, Lilium inter spinas. Sul lato sinistro, sotto la coppia dei puttini, è raffigurato il Sole, un altro dei simboli che viene ripreso dal Cantico dei Cantici per rappresentare la Vergine “pulchra ut luna electa ut sol (c.c. 6,6). Ancora più in basso, al lato sinistro della Vergine, sono raffigurati altri tre simboli mariani, ossia un tempietto, uno specchio ed un ramo, ciascuno retto da un puttino. Il piccolo edificio nel valore simbolico delle Litanie Lauretane corrisponde al Vas spirituale, sedes sapientiae, il tempio dello Spirito Santo, ossia la Chiesa. Lo specchio è lo Speculum sine macula, espressione della verginità mariana e della sua purezza. Ancora il terzo puttino con un arbusto fra le mani dovrebbe reggere un albero di Cedro, quasi Cedrus, espressione della Sapienza che viene ripresa dal Libro di Siracide (24, 13-14). Sul lato destro sono raffigurati almeno altri tre simboli, un ramo di ulivo, una torre e sul retro una palma. Il primo riprende il citato passo: quasi oliva speciosa in campis, del libro biblico. L’ulivo è anche il segno della pace. La torre, invece, è la Turris davidica, la Turris eburnea proclamata nelle Litanie lauretane. E dietro la torre è ben visibile l’albero di Palma, ossia l’albero del Paradiso.

Un notevole aspetto iconografico viene dalla rappresentazione di un paesaggio marino al di sotto della Vergine, la quale sembra sollevata a mezz’aria fra cielo e terra. Si tratta di una importante innovazione che ha un precedente significativo nella pittura napoletana, nella Immacolata dipinta da Ribera per la chiesa della Purissima, nel convento de Las Augustinas di Salamanca, firmata e datata 1635. Il paesaggio marino in basso, alquanto raro in precedenza, nasce dalla raffigurazione della Vergine come “Stella del Mattino”, che si ritrova nelle ricordate Litanie Lauretane, ma viene ripresa e ampliata dall’ordine dei Gesuiti. In questo contesto di rinnovamento dell’iconografia il paesaggio marino assume una forma notevole, in quanto costituisce una visione radente a volo d’uccello che rinnova anche le rappresentazioni paesaggistiche. Spesso gli inserti paesaggistici sono frutto della collaborazione con artisti specialisti in questo filone. Del resto proprio a Napoli da alcuni anni erano attivi pittori paesaggisti soprattutto francesi: Francois de Nomé, detto Monsù Desiderio, oppure Didier Barra. Ad essi ben presto a partire dagli ultimi scorci degli anni Trenta si aggiungeranno anche artisti napoletani come Domenico Gargiulo, noto come Micco Spadaro, o Salvatore Rosa. Pertanto non è da escludere che nella stesura del paesaggio, sia della Sine Macula sia della Madonna di Porto Salvo sia intervenuto qualche specialista in materia di paesaggio.

LA MADONNA DI PORTO SALVO

Il dipinto, uno dei capolavori di Francesco Guarini, proviene dalla cappella di Santa Maria di Porto Salvo collocata all’interno della chiesa di Santa Maria del Popolo, demolita nel 1960. In questa occasione fu trasferito nella collegiata. L’opera fu commissionata da Domenicantonio Morena, il cui ritratto è dipinto in basso a destra insieme ad un cartiglio non molto leggibile. In base a riscontri stilistici la tela andrebbe collocata intorno alla metà degli anni Quaranta del Seicento quando il pittore si allontana definitivamente dal robusto naturalismo, per approdare ad una visione più aperta a nuove sollecitazioni. La Vergine col Bambino, seduta su una nuvola, occupa tutto lo spazio aereo con una girandola di puttini che le fanno festa giocando intorno ad un telo di raso. In basso invece un profondo paesaggio marino dà il senso del soggetto del dipinto, dedicato alla protezione dei marinai in navigazione. È probabile che proprio l’insenatura marina sia stata realizzata da qualche artista specialista in rappresentazioni paesaggistiche. Sacra Famiglia con il Bambino Gesù e Santa Anna. Il dipinto proviene dalla chiesa solofrana dei XII Apostoli. Esso raffigura la Vergine col Bambino in piedi su un basamento e ai lati Santa Anna e San Gioacchino. Fino a prima del restauro recava la data 1645, risultata apocrifa. In realtà l’opera si colloca a ridosso di importanti dipinti guariniani quali la Sine Macula del 1643 e la serie di San Antonio abate a Campobasso, anch’esso del 1643.

TRACCE DEL PAVIMENTO DEL XVI SECOLO

Tracce di pavimento del sec. XVI.

Davanti all’altare, nel corso del restauro sono comparse importantissime tracce di un antico pavimento in piastrelle ceramiche dipinte, la cui datazione va collocata agli inizi della collegiata, poco prima della metà del XVI secolo. Altre tracce sono nella navata sinistra sotto il pilastro del cappellone di S. Giuseppe.

Abside di sinistra

L’abside di sinistra ha subito numerosi rimaneggiamenti nel corso degli ultimi secoli. Fin dagli inizi del Seicento costituiva l’altare della famiglia Orsini, i feudatari di Solofra, i quali avevano una propria cappella dedicata a san Basilio. Questa venne abbandonata dopo circa un secolo. Della configurazione originaria resta la cornice marmorea, mentre l’altare rappresenta una realizzazione in commesso marmoreo databile alla metà del XVIII secolo. Molto probabilmente l’altare proviene dal cappellone di S. Giuseppe del Monte dei Morti, dove venivano segnalati tre altari, fra cui uno dedicato alla Vergine Addolorata. Ai lati del manufatto, come si può notare, sono raffigurate le insegne della Confraternita con i teschi. Anche la statua rivestita, oggi collocata nella nicchia absidale, proviene dal Cappellone dei morti ed ha una datazione almeno all’ultimo quarto del XVII secolo.

Mezzobusto Lapideo Madonna con Bambino

Sull’altare è provvisoriamente collocato un mezzobusto della Madonna con il Bambino, da anni in stato di abbandono nelle scale che portano alla cripta della collegiata. Restaurata di recente ha rivelato preziose informazioni. Essa era costituita da un amalgama pietroso tritato intorno ad un un’anima centrale composta da un parallelepipedo di legno con una forma arcuata sul retro per rendere stabile la struttura. La malta lapidea, una volta modellata grossolanamente, è stata rivestita di stucco per rendere la superficie più liscia. Quindi, essiccata naturalmente, è stata dipinta e trattata come una vera e propria statua. Una scritta a caratteri gotici è presente sul collarino della Vergine, “ AVE MARIA” e su quello di Gesù, molto difficoltosa nella lettura. La fattura stilistica rimanda alla cultura figurativa del periodo angioino quando fu elaborata, soprattutto nell’area del Tevere, una iconografia nuova della Madonna con Bambino prolungatasi per diversi decenni. La nostra scultura in virtù di alcuni aspetti, quali il panneggio del Bambino, e la scritta, va restituita al periodo tardogotico del XV secolo. La singolarità della materia compositiva lascia intendere una sua destinazione per ambienti molto umidi e freddi, sconsigliabili per opere facilmente deperibili come il legno.

Madonna con bambino xv secolo

Fonte: guida illustrata collegiata di San Michele Arcangelo

Antonio Braca